Don’t Forget Fourghetti

Un viaggio di 10 giorni con il mio compagno Guido Prosperi #ilviaggiatoreinstancabile, il nostro primo così lungo, che si è concluso con i “fuochi d’artificio” al ristorante Fourghetti dello chef Bruno Barbieri.

Mentre viaggiavamo da Ferrara verso la meta prefissata, incuriosito dal nome del ristorante sono andato a indagare per capire cosa volesse dire e ho scoperto che è la pronuncia italianizzata di “forget it” verbo inglese che significa dimenticare. In questo caso il dimenticare è il lasciar fuori dalla porta del locale tutti i pensieri in modo da concentrarsi solo su chi è al tavolo con te, ma soprattutto su quello che viene servito al tavolo.

Ognuno avrà la propria personale esperienza, quella che vi sto per raccontare è la nostra.

Il locale si trova in Via Murri, vicino Porta Santo Stefano. Varcando la soglia lasciamo la frenesia della via molto trafficata alle spalle ed entriamo in un ambiente con un design elegante, fresco e accattivante allo stesso tempo, con un tocco di urban dato dalle putrelle nere che dividono gli ambienti. Grandi vetrate alle pareti per far entrare la luce naturale in modo da illuminare le pareti scure, i lucidissimi tavoli in granito nero e far brillare i bicchieri di cristallo. La mise en place è completata da un porta posate/tovagliolo e un piattino per il pane, realizzati in ceramica vetrificata appositamente per il Fourghetti.

Dopo averci accolto e fatto accomodare Marco, il mastro cantiniere, ci ha offerto un bicchiere di spumante Lagorai metodo classico subacqueo affinato per 15 mesi sul fondale del lago di Levico. Elisa, la responsabile di sala ci ha portato il menù e ci ha guidato nella scelta. Facendo una breve valutazione con Guido, abbiamo deciso di prendere tutte portate differenti in modo da assaggiare più piatti possibili.

Una volta ordinato ci hanno servito il “benvenuto” della cucina, due entratine che hanno “scaldato” i motori per questo viaggio nel gusto. La prima è stata una crema di cannellini con una mazzancolla e del crumble di olive, mentre la seconda un intingolo di cannocchie con pasta pestata agli odori e sapori del mare.

A seguire gli antipasti: il mio un croccantissimo involtino di pasta brick ripieno di verdure e mazzancolle accompagnato da una misticanza aromatica, e da una salsa piccante e una maionese ai semi di senape che chef Barbieri consiglia di mangiare con le mani cosa che abbiamo fatto con grande piacere, assaporando i gusti e le consistenze contrastanti; quello di Guido era una terrina di foie gras con porri stufati e mele adagiato su pan brioche gratinato e accompagnato con del chutney di frutti esotici e lime: un vero tripudio di colori e di sapori.

I primi sono stati all’insegna della tradizione: tortellini ripassati in crema di parmigiano delle vacche rosse di Reggio stagionato 24 mesi con una spolverata di noce moscata, e delle magnifiche pappardelle fatte a mano con ragù bianco di coniglio su fonduta di robiola di Roccaverano con olive taggiasche e pomodori confit: ricercate e perfettamente equilibrate.

Come secondi, prima abbiamo fatto un salto sull’oceano con uno spiedo di capesante del nord atlantico abbrustolite con tortino di pappa al pomodoro, frullato di mozzarella condito con un olio di basilico rosso, poi un salto in Spagna con un succulento maialino iberico allevato con sole ghiande servito con una salsa di melanzane affumicate e pecorino gratinato accompagnato da pomodorini farciti al pancotto.

Abbiamo terminato con due dolci che ci hanno fatto concludere questa esperienza in modo perfetto: un friabilissimo cannolo al sesamo dorato ripieno di ricotta di pecora e canditi frullati ricoperto con granella di pistacchi servito su frullato di pere e la meravigliosa coppa Macchiavelli, chiamata così da Barbieri per l’accostamento particolare dei gusti.

Ottimi i vini abbinati ad ogni piatto,
per i primi: Petit Derthona “Terra” di Vigneti Massa del 2015
per le capesante: Orestilla di Montonale (miglior bianco al mondo nel 2017)
per il maialino: Montepulciano d’Abruzzo di Emidio Pepe del 2014
per i dolci: Skok di Villa Jasbinae

È stato un vero e proprio viaggio nel gusto, passando dalla tradizione all’innovazione, non trascurando la creatività, che in due ore ci ha stimolato tutti e cinque i sensi: la vista, per i colori e la composizione dei piatti, ma anche perché prima di tutto si mangia con gli occhi; l’olfatto, per i suggestivi odori che arrivano dalle pietanze; il tatto, per aver avuto la possibilità di mangiare con le mani; l’udito, per i rumori creati dai fragranti impasti; e infine, soprattutto il gusto, per i sapori sapientemente abbinati ed equilibrati.

L’ambiente sin da subito è sereno e accogliente, reso easy anche dalla divisa casual dei ragazzi in sala. Il servizio è veloce, pulito e attento. Tutto lo staff è professionale e gentile, ma un particolare plauso va ad Elisa e Marco per il modo in cui ci hanno coccolati.

I nostri più sinceri complimenti vanno allo chef Bruno Barbieri e a tutta la sua brigata.

Photo: Guido Prosperi #ilviaggiatoreinstancabile